Negli ultimi anni, le dinamiche inflazionistiche hanno riacceso i riflettori su un fenomeno economico insidioso che incide direttamente sulle tasche dei cittadini: il fiscal drag. Quando il costo della vita sale e i redditi vengono adeguati per far fronte all’aumento dei prezzi, la mancata revisione dei parametri di tassazione rischia di trasformare un semplice recupero del potere d’acquisto in un carico fiscale maggiore.
Il tema torna oggi di stretta attualità nel dibattito sulla legge di Bilancio, con il Governo concentrato nel cercare risorse e coperture per ridurre la pressione fiscale sul ceto medio, ad esempio ipotizzando un ampliamento degli scaglioni di aliquota agevolata.
Le analisi condotte dagli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo evidenziano come le stime di crescita dei prezzi sul biennio 2026-2027 rischino di erodere significativamente i bilanci familiari. In passato, la forte fiammata inflazionistica del 2022-2023 aveva generato un prelievo supplementare pari a circa 25 miliardi di euro. Sebbene parte di queste risorse sia stata restituita dallo Stato tramite sgravi e tagli del cuneo, tali misure non hanno avvantaggiato uniformemente tutti i contribuenti, penalizzando in particolare chi supera determinate soglie di reddito.
A ciò si aggiunge il problema dei ritardi nei rinnovi contrattuali, un fattore che dilata i tempi di recupero del salario reale e finisce per gravare principalmente su pensionati e lavoratori dipendenti soggetti a tassazione progressiva.
Cos’è esattamente il fiscal drag?
Nota comunemente come “tassa invisibile”, il fiscal drag (o drenaggio fiscale) si manifesta quando stipendi e pensioni subiscono un incremento nominale, ad esempio a seguito di un rinnovo contrattuale, straordinari o scatti salariali, per compensare la perdita di potere d’acquisto causata dal carovita. Tuttavia, se gli scaglioni Irpef e le relative soglie di detrazione rimangono invariati e non vengono indicizzati all’andamento dell’inflazione, l’aumento di stipendio fa scivolare il contribuente verso aliquote più elevate o gli fa perdere il diritto a determinati benefici fiscali.
L’effetto paradossale di questo meccanismo è che l’incremento di reddito non rende il cittadino più ricco, poiché serve unicamente a coprire i maggiori costi di beni e servizi essenziali come bollette, alimentari e carburante. Nonostante in termini reali il potere d’acquisto rimanga invariato o addirittura si riduca, per il Fisco quel reddito appare superiore. Di conseguenza, una quota dell’adeguamento economico viene automaticamente assorbita da un prelievo fiscale più alto, incrementando il gettito statale in modo silenzioso e senza che il Governo debba approvare formali rincari delle aliquote.
Quanto può pesare il fiscal drag nel 2026-2027
Prendendo come riferimento le proiezioni della Banca d’Italia, che stimano un’inflazione del 3,1% per il 2026 e del 2% per il 2027 (con un aumento cumulato dei prezzi pari al 5,2%), le simulazioni indicano che il drenaggio fiscale valuto nello scenario base arriverà a circa 8,1 miliardi di euro nel biennio.
Nello specifico di questo calcolo centrale, l’impatto economico peserà per circa 6 miliardi di euro sulle spalle dei lavoratori dipendenti e per i restanti 2 miliardi sui pensionati. Dunque, per un’ipotesi minima di inflazione costante al 2%, il modello rileva un drenaggio contenuto a 3,18 miliardi di euro, in linea con le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio.
In presenza di una pressione inflazionistica più sostenuta, il peso della misura aumenterebbe in modo consistente: con un’inflazione cumulata stimata al 6%, il prelievo extra salirebbe a quota 9,35 miliardi di euro. Nello scenario più severo, ipotizzando una crescita dei prezzi dell’8,2% nel biennio, il conto totale per i contribuenti toccherebbe i 12,74 miliardi di euro, ripartiti in circa 9 miliardi a carico dei lavoratori e quasi 4 miliardi a carico dei pensionati, confermando l’elevata sensibilità del sistema fiscale rispetto all’andamento del costo della vita.